
Paola
Baratto
“Carne della mia carne”
Un banchetto
molto particolare
Sentirsi rivolgere una richiesta agghiacciante, mentre la vita attorno
è una cornice di precariato e precarietà.
Accade in un vecchio quartiere, in bilico tra fatiscenza e ristrutturazioni,
di una piccola città universitaria, dove Pietro Malbec –
uomo di mezza età senza famiglia e senza impiego – mette
un curioso annuncio s’un giornale, per offrire alloggio e lavoro
a persone disposte a lanciarsi in un’attività di catering.
La scelta cade s’un piccolo gruppo di giovani neolaureati, giocoforza
immersi in un limbo fatto di aspirazioni vaghe ed occupazioni saltuarie.
La preparazione di manicaretti da asporto per le famiglie borghesi
della città ha successo. In breve tempo, quelli di via dei
Francesi diventano per tutti “i ragazzi della villa”. A trovare
clienti contribuisce Loretta Brancaia, ex amante di Malbec. Operatrice
culturale rampante, è ben introdotta negli ambienti che contano.
Il suo ruolo più significativo è segretaria della
Fondazione Almonte, un’istituzione per studi antropologici creata
da Oliviero Almonte, re di una fiorente catena di supermercati e
di altre attività che, con il contributo di figli e generi,
si sono allargate a settori d’investimento come l’edilizia ed i
mass media.
Le vicende della famiglia Almonte – presentate in una sarcastica
galleria di ritratti durante uno dei consueti (e ritualistici) pranzi
domenicali – finiscono per intrecciarsi con quelle dei ragazzi della
villa.
Mentre la Brancaia cade in disgrazia, alcune vicissitudini colpiscono
anche il gruppo di via dei Francesi. È proprio in questo
frangente che il vecchio Oliviero convoca Pietro Malbec e gli propone
un ingaggio economicamente allettante: preparare un banchetto particolare,
da destinare ai propri familiari. Solo in un secondo tempo svela
la vera natura dell’incarico.
Malbec ed i ragazzi si trovano così a dover prendere una
decisione lacerante, che mette in gioco i loro sentimenti e convincimenti
più profondi. Ed il finale diventa una corrosiva, metaforica
riflessione sulla società odierna.
Piero
Manni S.r.l. Via Umberto I , 47/51 73016 S. Cesario di Lecce
Tel. 0832.205577 Fax: 0832.200373 e-mail:
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“Il
piatto forte è la metafora” - Intervista
all'autrice
Il titolo
“Carne della mia carne” introduce immediatamente al contenuto “forte”
del suo
nuovo romanzo. Perché la scelta di questo tema?
“L’avevo in testa da un po’, ma non per un desiderio fine a se stesso
di alzare i toni: non
m’interessava giocare con un registro ‘splatter’ (pur se, lo ammetto,
è una materia
sufficientemente raccapricciante anche senza descrizioni granguignolesche).
Mi piaceva
perché era un’invenzione iperbolica, ma con diverse potenzialità
metaforiche. Ed io amo le
situazioni romanzesche che si prestano ad interpretazioni non univoche.
Sin dall’inizio l’avevo pensata in rapporto ad un personaggio come Oliviero
Almonte. Un
uomo che ha tutto - potere, denaro e una discendenza - e che di fronte
al pensiero della
fine della propria esistenza decide che vuole qualcosa in più.
Un modo per tramandarsi,
per non scomparire del tutto, per fornire linfa ai propri eredi… Senza
dubbio è un
megalomane, un narciso…”.
Che significato può avere nello scenario di precariato descritto?
“Per quanto la scelta ‘folle’ di Almonte sia indotta da sentimenti che
definirei universali - su
tutti, naturalmente, la paura della morte - trovo che diventi ancora più
emblematica se
inserita nello scenario in cui vivono gli altri protagonisti, che è
poi quello attuale. Messi a
confronto, i loro drammi personali si danno vicendevolmente risalto. È
la contrapposizione
tra due mondi. Quello di chi si può permettere qualsiasi cosa e
si sente, per questo, al di
sopra d’ogni regola. E quello di chi non può permettersi neppure
di fare progetti.
Nemmeno per quanto riguarda l’amore. Perché perfino coniugare al
futuro i propri
sentimenti è un lusso. Anche se si è giovani, se si ha talento,
intelligenza, cultura… Certo,
in fondo, la ‘precarietà’ in senso lato non risparmia nemmeno un
potente come il vecchio
Almonte. Egli stesso ne è tristemente consapevole. Ma trova un
modo per rendersela più
accettabile”.
Il romanzo può essere definito un noir?
“Non nella struttura e non nel senso che si dà oggi a questo termine.
Semmai, solo in una
delle sue accezioni originarie. Un romanzo, cioè, in cui non c’è
riparazione alla vicenda
criminosa descritta, perché quello che interessa all’autore è
il significato metaforico che
può suggerire la vicenda. E che prevede una realtà dominata
dal caos, dal disordine delle
regole, in cui il delitto non viene alla fine sanato dall’indagine investigativa
o dalla
punizione del colpevole. Anche perché: quale sarebbe, nel libro,
il vero colpevole?
Almonte? Malbec e i ragazzi? La Brancaia? Tutt’al più, se avessi
inteso vedere punito
qualcuno dei personaggi, avrei individuato proprio i ragazzi della villa.
Perché accade
spesso che siano i più innocenti a pagare. E, in un certo senso,
è così, dato che quello che
compiono diventerà per loro un peso ineliminabile”.
Emerge una lettura della realtà molto pessimistica…
“Sicuramente disincantata. Assai vicina alla visione di Pietro Malbec.
Un uomo che ha
perso tutte le illusioni, che non si aspetta più molto dagli altri
ed aspira solo a sopravvivere
decentemente. Ciononostante, nella cucina della villa, crea un luogo di
lavoro perfetto. È
un ‘capo’ esigente, ma giusto, e conosce l’arte del compromesso. L’utopia
è possibile,
anche se dura poco… Malbec è uno di quei personaggi che, nel loro
dichiarato cinismo,
rivelano un’onestà che li riscatta e li rende migliori di tanti
sepolcri imbiancati.
Naturalmente, resta sempre uno spazio per chi è ancora idealista,
come Marco Schiava.
Ma mentre nel mio primo romanzo, ‘La cruna del lago’, Agostino Merenda
nel finale fa una
scommessa estrema sull’esigenza di tornare a credere nelle possibilità
del sogno, del gesto
pulito… in ‘Carne della mia carne’ la purezza e l’intransigenza di Schiava
escono un po’
acciaccate. È una crisi che rende il personaggio più dubbioso,
ma, probabilmente, anche
più umano”.
Quindi non si salva nessuno…
“Tutt’altro. Con molta ironia direi che più o meno tutti ottengono
ciò che vogliono.
Semmai, quello ch’è triste è che per alcuni di loro è
una decisione obbligata. O,
perlomeno, a forza di vivere senza prospettive e senza garanzie alcuni
personaggi hanno
maturato questa decisione come l’unica possibile, perché non vedono
spiragli. Sentono di
non avere scelta, ma, soprattutto, di non avere più niente da perdere.
E, alla fine, si
dicono: ‘Perché no?’ ”.
È un quadro realistico di quanto accade nella società?
“No. Sia ben chiaro, non intendo assolutamente dire che chi oggi subisce
la precarietà del
lavoro rischia di compiere atti illeciti. Ho rispetto per queste persone.
Io stessa ho avuto
esperienze di impieghi a termine. Ma il mio è un romanzo e come
tale estremizza una
situazione. Che è comunque grave e diffusa, un angoscioso problema
per il singolo e per il
tessuto sociale. Quello ch’è vero, invece, è che c’è
sempre qualcuno che trae vantaggio dai
drammi altrui”.
I protagonisti sono totalmente inventati o ispirati a qualcuno in
particolare?
“Non sono una ritrattista. La realtà mi fornisce moltissimi spunti
preziosi, ma ogni
personaggio diventa, poi, il risultato di una personale interpretazione”.
E allora perché la famiglia di Almonte viene rappresentata solo
in una “galleria”?“Volevo che fosse evidenziato il concetto della fissità. È
come se queste famiglie, che si
tramandano potere e denaro, perpetuassero anche una concezione ‘conservatrice’
e
immobilista della società. È ciò che ne garantisce
la sopravvivenza. Entrare nel loro mondo
non è impossibile. Ma per farlo è indispensabile accettarne
le regole immutabili. Cercare di
essere come loro”.
È in questo modo che si può inquadrare la scelta finale
del personaggio di Loretta
Brancaia?
“Sì, anche se in lei non c’è molto di razionale. È
un’arrampicatrice d’istinto”.
Che novità ci sono rispetto ai precedenti romanzi?
“L’uso della terza persona. Una scelta di forma per aiutarmi con la sostanza…
Mi spiego:
per la prima volta non ho usato un io (o un noi) narrante. Volevo oggettivare
la storia, i
personaggi… Dovendo affrontare un tema così forte, ho preferito
creare un opportuno
distacco. Ho scelto sin dall’inizio di non creare una narrazione diretta
della trama, da
testimone o attore. Volevo solo raccontarla”.
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