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ASSAGGI
(dal capitolo IV)
La
mia vecchia auto, gonfia di cose accessorie, inanellava gallerie tra una
chiostra di colli e il mare.
Un
mare velenoso. Aranciato. Un’amanita dall’intoccabile bellezza sinistra.
Poco
al di sopra, treni ultraveloci si lasciavano dietro la deserta sequenza di
stazioni litoranee. E ventosi lungomare irti d’agavi e palmizi.
Conservavo
un ricordo infantile di quando la ferrovia sotto di noi aveva un pigro
tragitto ritmato di fermate. E ogni sosta era come una santella fiorita.
Sulle
banchine attendevano giare rosasabbia raggianti di ragni e geranei. E cespi
di siepi salmastre. Un benvenuto in lingua iodata che anticipava il mare,
simulando il verde dell’alga o l’acre delle baie d’ossi e vetri
politi.
(dal
capitolo 5)
L’arrivo
fu un cortile scricchiolante sotto le ruote della nostra auto. In fondo al
cortile la facciata rustica di una villa e qualcuno che teneva la mano
destra tra gli occhi e un tramonto troppo intenso.
Poi
quella mano sguainata verso di noi.
E
oltre la mano una tizia che pretendeva di baciarci. Entrambi.
(dal
capitolo V)
Mi
assalì l’incanto di svegliarsi altrove.
(dal
capitolo VI)
Quando
Bernard ebbe fatto il segnale telefonico convenuto, imboccammo il canyon
principale. Era come calpestare un tramonto.
Veniva
da chiedersi se fosse stato il cielo di quell’ora a gettare i suoi colori
ai nostri piedi. O se, al contrario, fosse stato il polverìo ocraceo,
sollevato dal vento, ad aver macchiato l’azzurro sopra di noi. In alto
come in basso, un immenso ematoma variegato. Che era croceo, e magenta, e
aragosta, e becco d’oca, e rame, e paglia…
All’improvviso
una raffica più intensa ci costrinse a fermarci. Nascondemmo occhi, naso,
bocca tra le stoffe dei vestiti e, accartocciati come ragni, attendemmo che
cessasse.
Una
furiosa tempesta di ruggine mulinava intorno. La cenere bruciante di quel
rogo freddo scivolava dai pendii, ci investiva, volava altrove, aranciando
gli alberi dei boschi vicini.
Anche
lui attese che la tempesta si acquietasse, prima di comparire.
(dal
capitolo VII)
Volevo
scoprire se la giovinezza riusciva ancora a provare un’emozione per questo
mondo alterato. Per la sua marcescente bellezza.
(dal
capitolo 8)
E
di nuovo partimmo.
Sopra
le punte dei cipressi, due nubi stuccate ritoccavano la monocromia
dell’azzurro assoluto.
Era
l’icona della Provenza e l’archiviai a futura memoria.
Rigby
è convinta che serva.
(dal
capitolo IX)
Era
l’ora buia del nuovo giorno.
La
luce blu dell’agenda accesa mi circondava d’ombre, dandomi però
l’illusione di poterle controllare.
In
fondo, siamo gente cui piace illudersi che basti tenere gli occhi sugli
eventi per avere potere sulla realtà.
La
maniglia della porta, bloccata da una sedia, era immobile. Se appena si
fosse mossa l’avrei vista. Se solo qualcosa fosse frusciato, là fuori,
l’avrei distintamente sentito.
Del
resto, tutto il nostro sapere è sempre un relitto della verità. Che
approda a noi malandato e consunto perché ha viaggiato su un’onda lunga.
Ogni flutto l’ha macerato e reso diverso da com’era prima del naufragio.
Ma ci ostiniamo a dire “nave” ogni volta che rinveniamo un legno marcio
su una spiaggia.
(dal
capitolo 11)
Colonie
di uccelli erano ovunque. Sui bastioni, sulle scale, sotto le tettoie.
Facendo di quello scoglio sacro un immenso nido color calce.
(dal
capitolo XIII)
Il
quel sacrario di carta morente, la luna appendeva dappertutto i suoi bianchi
origami di luce. La basilica, smangiata dai secoli e sostenuta dalle enormi
costole dei barbacani, somigliava allo scheletro calcinato di una balena
arenata. Le strade erano scandagliate da ronde di gatti, spavalde sentinelle
a guardia di un tesoro di cui ignoravano il valore. Inconsapevoli della loro
crudeltà, come della bellezza di una poesia di Baudelaire che cantava la
loro grazia e di cui eran diventati templari.
Ogni
finestra accesa d’azzurro, con le sue irradiazioni angeliche di luce
fredda, segnalava la stanza di un amanuense all’opera. Erano in molti a
preferire quell’ora per lavorare. Gli uomini di Noel. Che
recludevano i loro giorni per l’immortalità del libero pensiero. Mi
piaceva, quella follia.
(dal
capitolo XVI)
Torpida e alta, una città di antiche
guglie traspariva dall’opalina foschia del giorno acerbo. L’auto era
ferma in vista di Pamplona. E di un orizzonte annerito da rilievi ancora
cupi.
Mi
ero addormentata sulla strada per la Spagna. Non l’avrei forse ammesso con
gli altri, ma il movimento era un viatico per affrontare il sonno. Un sopore
alato che sottraeva all’infermità della notte.
Demo
dormiva, rattrappito sul sedile; il gallese era fuori ad innaffiare un
cespuglio.
Sentivo
freddo. Ma lasciavo che mordesse. Era il mattino che addentava la carne
dell’essere... dell’esserci di nuovo.
(dal
capitolo 17)
Non
ero in vena. Ero completamente lesso.
Avevo
viaggiato talmente a lungo col culo incollato al sedile che sospettavo di
averci le piaghe da decubito.
Presto
avrei scoperto che non si trattava soltanto di una condizione di spirito.
(dal
capitolo XVII)
Arrivammo
nell’ora senza ombra. Il paese dormiva un sonno biondo di luce.
Il
gallese sorrise: “Le conservate con cura le opere della concorrenza”.
“Sono
convinto che non ci renda più deboli”.
Eravamo
fermi ad una stazione di servizio. Luther, appoggiato al cofano, stava
aspettando che il distributore sputasse la sua carta di credito mentre io
chiudevo il tappo del serbatoio.
“Credi
in Dio?” chiese. Col tono con cui avrebbe detto: “Hai appetito?” o
“Hai paura di viaggiare in aereo?” o “Sei mai stata in Africa?”…
No”
risposi. Come avrei detto: “Non ho mai ucciso un essere vivente”, “Non
ho mai fatto parte di movimenti eversivi”, “Non sono razzista”…
Forse
perché avevo spesso avvertito l’astio dell’accusa verso chi non riesce
a credere che in una vita soltanto. Come se questo non fosse già una
condanna.
Invece,
Luther si strinse nelle spalle. “Io non reggerei” disse con disarmante
semplicità: “Senza fede non potrei sopravvivere”.
E,
posando uno sguardo serio su di me:
“Devi
essere una donna forte”.
Gli lasciai quella
convinzione, replicando col silenzio.
(dal
capitolo 18)
Certo,
non si può mai dire l’ultima parola su una donna. Ma, ad essere sincero,
non ce la vedevo proprio, la mia Rigby, incagliata tra la leva del cambio e
la portiera sotto l’arrembaggio di Luther. Non era da lei farsi sbottonare
da un maschio, gemendo nebbia sui cristalli.
(dal
capitolo XVIII)
Il
racconto del Cammino era scritto in un alfabeto di pietre. A volte integro,
a volte tradotto in lacerti. Qui un monastero, lì un tempio, là un
ostello. Segnavano la terra con l’inchiostro di un’ombra. Che è
l’unico modo che resta alle cose per dire che non sono ancora scomparse.
(dal
capitolo 19)
Nel
mezzo del Pórtico de la Gloria c’era una colonna scolpita con
l’immagine di San Giacomo. La tradizione, mi spiegò Luther, voleva che vi
si appoggiasse la mano e si profferisse: “Io credo”. La pietra era, in
quel punto, consunta. Consumata dall’impronta del medesimo gesto ripetuto
per secoli. Imitandolo, toccai l’orma di pellegrini che avevano camminato
fin lì per pronunciare quella frase. La tensione spirituale di migliaia di
uomini aveva scavato la materia. Aveva creato un piccolo vuoto nell’atto
di colmarne uno più grande.
(dal
capitolo XIX)
Perché
per quanto si possa palpitare per le doti di un uomo, alla fine sarà sempre
qualcuno dei suoi dannati difetti a farci stendere sotto di lui.
(dal
capitolo 21)
Era in momenti come
quello che il vivere brado manifestava la sua qualità migliore. Una specie
di esaltante leggerezza. Quando lo spargersi ovunque era bilanciato da un
carico di impressioni imponderabili.
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