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frasi, due pennellate. E quel pontile lo avete davanti agli occhi.
Un aggettivo e su quell’isola già ci siete approdati.
Ha una capacità evocativa notevole Paola Baratto. Essenziale,
nitida, sicura. Dietro la prosa levigata si coglie il lavoro certosino,
ma il lettore scivola leggero come sull’acqua del lago che circonda
l’isolotto di Aldien. Terra incantata, albergo di charme. Anche
se il proprietario, uno strano filosofo dai lunghi silenzi, non
fa alcunché per compiacere l’ospite. Ognuno cerchi la sua
dimensione, si ricavi lo spazio che vuole. E gestisca il suo tempo.
Ecco: il tempo... Una sola condizione viene posta al visitatore:
consegnare l’orologio; semplice gesto che provoca uno spaesamento
non facile da gestire.
Sull’isolotto di Aldien giunge la protagonista: giornalista specializzata
in guide per viaggiatori esigenti e in recensioni gastronomiche
(passioni che i nostri lettori conoscono nell’autrice per i suoi
articoli nelle pagine culturali del Giornale di Brescia). Arriva
attratta dal fatto che l’ Auberge de l’Ennui (attenti ai nomi, nel
libro hanno un ruolo tutto da meditare) abbia una clientela fedelissima.
Perché? Eppure il lago non offre paesaggi suggestivi, la
cucina è generosa ma ripetitiva e tutto si consuma, come
diceva il titolo di un articolo dedicato al luogo, in «Solo
pioggia e jazz». Lento e ripetitivo il ritmo della vita, dilatati
spazi e tempi. Nulla sembra accadere... Eppure giunge, un giorno,
uno strano viaggiatore ad offrire i prodotti della linea estetica
Immortalia . E tutto non sarà più come prima. La protagonista
avrebbe voluto lasciare quell’isolotto dopo una sola notte, è
rimasta quasi per ignavia. Tornerà pochi mesi dopo, quando
Aldien è diventata un centro di benessere dove ogni attimo
e ogni angolo sono «ottimizzati» nel tentativo di sfuggire
alla morsa del tempo e dei suoi effetti.
Le due parti del romanzo sono costruite con simmetrica e speculare
scansione. Identici i luoghi, rovesciato tutto il resto. L’Immortalità
ha preso il posto della Noia. E la nuova situazione crea più
disagio che serenità. Non è un caso se il direttore
del centro di benessere è un medico che un tempo (quanto
lontano?) faceva da assistente ai torturatori. Non più di
tanto velata è la critica al mondo dell’informazione, che
si divide tra chi non coglie lo spessore della situazione e chi
opportunisticamente vi aderisce e si adegua.
Suggestivo questo quarto romanzo che segna il ritorno di Paola Baratto
al lavoro di lungo impegno. Lieve, essenziale e profondo. Continua
la linea ideale già tracciata dai precedenti. Se «La
cruna del lago» rifletteva sulla fine di una generazione che
approdava traumaticamente al disincanto e «Finisterre»
narrava di un mondo dove televisione e realtà sono ugualmente
prigionieri del surreale, «Di carta e di luce» sembrava
segnare la fine senza speranza, in un’Europa irrimediabilmente corrotta,
di ogni possibilità di salvare la cultura, e forse anche
la vita. Tutti questi temi riecheggiano in «Solo pioggia e
jazz». Deliziosa l’idea di una biblioteca dove i libri sono
sezionati, scomposti in singole pagine. Angosciante il montare della
marea densa del lago che incancrenisce. E tutta «barattiana»
è la terza parte, appena accennata, che lascia il romanzo
aperto e il lettore - divertito, sorpreso? - alle prese con emblematici
specchi per le allodole.
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| (Claudio
Baroni - Giornale di Brescia) |
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Si
intitola “Solo pioggia e jazz” il quinto romanzo di Paola Baratto,
giovane scrittrice bresciana di talento.
Resta dai libri precedenti la domanda sul senso della vita, la ricerca
di significati singola e collettiva, le atmosfere sospese tra realtà
e sogno perché forse sta lì la risposta.
Ancora una volta le parole chiave sono l’acqua, il tempo, gli orizzonti.
Il viaggio, tema prezioso e ricorrente della sua produzione, si
circoscrive qui in una situazione da “Montagna incantata” che sembra
ferma e invece è un lungo percorso. In fondo ci sta un rifiuto
dello strapotere volgare, che annulla l’uomo e impoverisce la natura.
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| (Magda
Biglia, Il Giorno) |
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Un
gioco di specchi, un apologo sul Tempo, uno studio musicale in cui
prevale il pianissimo, un acquarello in cui il verde brillante si
disfa e poi si cristallizza, un arpeggio delicato sulle sillabe
di un dizionario intimo.
Ci sono molti modi - lirici - per dire dell’ultimo romanzo della
scrittrice bresciana Paola Baratto, “Solo pioggia e jazz” (Manni
editore, pagine 149, euro 15). La prosa, invece, dice di un’invenzione
magica e realistica al tempo stesso, irta di citazioni e genuine
invenzioni.
Un’autrice di guide turistico-gastronomiche (ricordate il film “Turista
per caso”?) approda con intenti stroncatòri all’isolotto
di Aldin, una lingua di terra, prati e alberi non più lunga
di mezzo miglio in cui sta acquattato l’Auberge de l’Ennui (sì,
avete letto bene: l’albergo della noia). Un buen retiro dall’aria
rètro dove si celebrano riti strani: le luci bassissime inibiscono
lo svago della lettura, il bureau sequestra garbatamente gli orologi
degli ospiti, le pendole sono immobili da tempo immemorabile, le
villeggianti si entusiasmano ad osservare un chimerico bradipo che
impiega anche venti giorni per risalire un albero, la biblioteca
è folta di libri senza dorso e copertina, di cui si consulta
un foglio estraibile alla volta. Il sottofondo musicale è
monocorde, il maltempo costante, la cucina ristretta nella gamma
di proposte: “Solo pioggia e jazz” è il titolo di una precedente
stroncatura toccata all’Auberge gestito dall’enigmatico e filosofico
Malco Avan che - come tutto il suo innominato Paese - porta le tracce
di recenti ferite, di tragedie storiche da poco consumate.
Al Sanatorio Internazionale Berghof di Davos Giovanni Castorp e
gli altri ospiti andavano (ufficialmente) per guarire dal male del
secolo, in fondo per sfuggire a quella che sarebbe diventata la
guerra civile europea. Ottant’anni dopo, all’albergo della Noia,
un’eterogenea combriccola si ritrova non si sa se per guarire o
per ammalarsi, di certo per sfuggire alla tirannia del tempo sincopato,
assillante, iperproduttivo di fuori. Un’atmosfera torpida, blande
liturgie quotidiane, una lentezza suadente e morbida irretiscono
anche la turista per caso, che finisce per smussare la stroncatura
e divenire - come gli altri - un’assidua dell’Auberge de l’Ennui.
Sull’isolotto incombe però una sorte oscura che, nel secondo
movimento (pardon: capitolo) si svela: sulle rive del lago sono
arrivate nuovissime autostrade, l’Auberge ha lasciato il posto a
una clinica salutistica in cui si rispecchiano, martellanti, i ritmi
del tempo di fuori. Il benessere è inseguito in maniera ossessiva,
programmando ogni istante degli ospiti (se vi coglierà una
sensazione di dèja vu, e ripenserete alla vostra ultima vacanza
in un villaggio o in una beauty farm, non sarà casuale).
Sparito Malco Avan, il nuovo demiurgo è un sinistro dottore
dall’inquietante passato. A minare il progetto provvederà
la natura, con la scomparsa delle piogge e una eutrofizzazione putrescente
del lago, che assedierà l’isolotto (e la clinica) con tonnellate
di alghe graveolenti.
Il terzo, rapidissimo tempo del romanzo non scioglie la suspance
che aleggia sull’isolotto, ma - in un gioco dichiarato di specchi
- mette il lettore di fronte al proprio senso del tempo. Come certi
carillon dalla musica malinconica e dolce, qui aprendo la scatola
ci si trova di fronte all’immagine riflessa di se stessi e a un
marchingegno perfetto ordito da un’autrice melodica, un’orologiaia
lieve, una scrittrice di valore.
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| (Massimo
Tedeschi, Bresciaoggi) |
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